Cattolico sì, praticante anche no
Battesimo, sbattezzo e la strana contabilità della fede
Il Centro Studi Livatino ha pubblicato qualche giorno fa un interessante articolo dal titolo “Il diritto della Chiesa a non dimenticare”, dedicato allo sbattezzo e alla causa C-12/25, Bisdom Gent, oggi pendente davanti alla Grande Sezione della Corte di giustizia dell’Unione europea.
La vicenda, ridotta all’essenziale, è questa. Una persona battezzata da bambino, una volta adulta, lascia la Chiesa cattolica e chiede che i propri dati siano cancellati dal registro dei battesimi. La diocesi non cancella il battesimo, ma annota a margine l’abbandono della Chiesa. Il giudice belga domanda allora alla Corte europea se questa soluzione sia compatibile con il GDPR e se, in particolare, il diritto alla cancellazione possa arrestarsi davanti alla natura storica del registro e all’autonomia della confessione religiosa.
La tesi sostenuta dal Livatino ha una sua forza e sarebbe sbagliato liquidarla come una semplice resistenza clericale alla privacy. Il battesimo è effettivamente un fatto accaduto. Se sono stato battezzato nel 1970, posso successivamente diventare ateo, buddhista o devoto esclusivamente a Bertrand Russell, ma non posso sostenere che quel giorno il parroco non mi abbia versato dell’acqua sulla testa. Anche il Garante italiano, già nel 1999, aveva ragionato in termini analoghi: il registro documenta un evento realmente verificatosi e quell’evento appartiene, oltre che alla biografia dell’interessato, alla storia stessa dell’organizzazione ecclesiastica. Da questo punto di vista, l’idea che la Chiesa possa conservarne memoria è tutt’altro che irragionevole.
Il problema comincia, però, quando si passa quasi senza accorgersene dalla frase “Tizio è stato battezzato” alla frase “Tizio è cattolico”. La prima descrive un fatto storico; la seconda attribuisce un’appartenenza presente. Ed è precisamente questa distinzione a rendere la questione molto più interessante di una disputa sull’uso del bianchetto nei registri parrocchiali.
Per comprenderlo vale la pena tornare al battesimo più celebre della storia. Gesù non viene battezzato da bambino. Viene battezzato da Giovanni da adulto, quando ha circa trent’anni. Naturalmente bisogna evitare una semplificazione teologica abbastanza grossolana: il battesimo di Gesù nel Giordano non coincide semplicemente con il sacramento cristiano elaborato successivamente dalla Chiesa, né avrebbe alcun senso parlare di Gesù come di un convertito al cristianesimo. Ma il dato rimane culturalmente significativo, perché il cristianesimo delle origini si diffonde innanzitutto secondo il paradigma della conversione dell’adulto.
È la stessa dottrina cattolica a descrivere il percorso originario dell’iniziazione cristiana come una sequenza nella quale vengono prima l’annuncio, l’accoglienza del Vangelo, la conversione e la professione di fede, e poi il battesimo. Dove il cristianesimo viene annunciato per la prima volta, il battesimo degli adulti rimane infatti il modello normale e il catecumenato serve precisamente a maturare la conversione e la fede del candidato.
Dal punto di vista istituzionale, però, questo modello presenta un inconveniente abbastanza evidente: convertire un adulto è difficile. Un adulto possiede già convinzioni, abitudini, legami familiari, identità culturali, magari un’altra religione o nessuna religione. Perché cambi deve affrontare quelli che oggi chiameremmo switching costs: costi cognitivi, sociali, emotivi e talvolta persino economici. A ciò si aggiunge lo status quo bias, la naturale tendenza a considerare normale ciò che già siamo.
Nessuno di noi, compiuti diciott’anni, riunisce solennemente la famiglia per annunciare: «Dopo lunga riflessione ho deciso di continuare a parlare italiano». Non serve. L’italiano era già lì.
Il battesimo infantile produce, sotto questo profilo, un effetto istituzionale straordinariamente potente. La religione smette di essere soltanto una scelta alla quale aderire e diventa una condizione di partenza dalla quale, eventualmente, separarsi in seguito. Prima si viene introdotti nella comunità; poi, crescendo, si viene educati all’interno di quella comunità. Non occorre immaginare oscuri concili del III secolo con una presentazione PowerPoint dedicata alla customer retention dei neonati. Le istituzioni non hanno bisogno di complotti per conservare le pratiche che ne favoriscono la continuità. In termini moderni potremmo parlare di path dependence: una soluzione che funziona tende a consolidarsi e a rendere progressivamente più costoso abbandonarla.
E che il battesimo dei bambini non fosse affatto un elemento ovvio e indiscusso del cristianesimo delle origini ce lo ricorda un autore particolarmente interessante: Tertulliano. Intorno all’anno 200, nel De baptismo, Tertulliano conosce perfettamente il battesimo infantile, dunque sarebbe storicamente scorretto dipingerlo come un’invenzione medievale. Ma non lo considera affatto inevitabile: raccomanda apertamente di ritardare il battesimo in considerazione dell’età, soprattutto nel caso dei bambini piccoli.
La testimonianza è preziosa perché evita entrambe le caricature. Il pedobattesimo è antichissimo, ma non è una pratica che possiamo tranquillamente retroproiettare come indiscussa fino a Gesù e agli apostoli. Lo stesso Catechismo moderno usa una formulazione molto prudente: afferma che il battesimo infantile è esplicitamente attestato dal II secolo e considera soltanto possibile che, nelle famiglie battezzate durante l’età apostolica, vi fossero anche bambini.
Con il consolidarsi del pedobattesimo avviene però un capovolgimento notevole. Nel modello della conversione adulta vengono prima la formazione, la fede e la decisione, e poi il battesimo; nel modello infantile viene prima il battesimo e la formazione arriva dopo, tanto che lo stesso Catechismo parla espressamente della necessità di un catecumenato post-battesimale.
Detto in termini un po’ irriverenti, ma non del tutto inesatti: prima si acquisisce l’aderente e poi gli si illustra il programma.
Per secoli il meccanismo ha funzionato egregiamente. Famiglia cattolica, figlio battezzato, catechismo, comunione, cresima, matrimonio religioso, nuovi figli battezzati: la religione si trasmetteva insieme alla famiglia e alla cultura, senza che ogni generazione dovesse essere nuovamente conquistata. Il punto interessante è che oggi quella catena si sta spezzando, mentre il battesimo rimane.
Una ricerca Censis realizzata per il Cammino sinodale della stessa Chiesa italiana rileva che il 71,1% degli italiani continua a definirsi cattolico. Sarebbe un dato impressionante, se non fosse per quello che viene subito dopo: soltanto il 15,3% si definisce cattolico praticante, il 34,9% partecipa soltanto occasionalmente alla vita ecclesiale e il 20,9% si colloca nella familiarissima categoria del “cattolico non praticante”. Tra i 18 e i 34 anni i praticanti scendono al 10,9%.
“Cattolico non praticante” è un’espressione sociologicamente chiarissima e canonicamente possibile, perché il battesimo non scompare se la domenica mattina si preferisce il padel alla Messa. Resta tuttavia una categoria curiosa: il soggetto è abbastanza cattolico da essere compreso nelle statistiche dei cattolici, ma non abbastanza da osservare un precetto che la stessa Chiesa considera obbligatorio. Il canone 1247 prescrive infatti ai fedeli la partecipazione alla Messa domenicale e il Catechismo qualifica la deliberata omissione, in assenza di serio motivo, come peccato grave.
La statistica, sotto questo profilo, sembra decisamente più misericordiosa della teologia morale.
Ma per capire quanto sia profonda la trasformazione del cattolicesimo italiano non basta nemmeno chiedere alle persone come si definiscono. Bisogna guardare gli indicatori che richiedono comportamenti concreti. Nei primi anni Duemila circa il 36% degli italiani dichiarava di frequentare un luogo di culto almeno una volta alla settimana; oggi siamo attorno alla metà di quella percentuale, mentre coloro che dichiarano di non frequentarne mai alcuno sono quasi raddoppiati. Anche il matrimonio religioso perde terreno rapidamente: nel 2024 oltre il 61% dei matrimoni italiani è stato celebrato con rito civile e, persino tra i primi matrimoni, il rito civile ha ormai superato quello religioso.
Esiste poi un indicatore ancora più significativo, perché misura non una vaga autodefinizione culturale, ma la disponibilità di una persona a investire la propria intera vita nella continuità della Chiesa: le vocazioni sacerdotali.
Qui il declino è assai più difficile da addolcire semanticamente. In Italia i seminaristi erano più di 6.300 nel 1970; nel 2019 erano poco più di 2.100 e nei censimenti successivi i seminaristi diocesani sono scesi ancora. In Europa, tra il 2013 e il 2024, i seminaristi maggiori sono diminuiti di oltre il 38%. Non stiamo parlando soltanto di percentuali meno brillanti su un foglio Excel: alcuni seminari vengono ormai accorpati o chiusi perché non vi sono abbastanza candidati per mantenere strutture autonome. Diocesi diverse riuniscono i propri seminaristi in un’unica sede e realtà un tempo costruite per ospitare decine o centinaia di futuri sacerdoti si trovano con numeri ridottissimi.
Il seminario è un indicatore particolarmente duro proprio perché misura qualcosa che il battesimo non può misurare: la capacità dell’istituzione di riprodurre se stessa. Per entrare in seminario non basta che i propri genitori abbiano compiuto una scelta quando avevamo tre mesi. Bisogna scegliere personalmente, da adulti, e con una radicalità difficilmente equivocabile.
Ed è proprio quando l’appartenenza richiede una scelta costosa che i numeri cattolici precipitano.
Nasce così un paradosso notevole. La Chiesa può conservare una platea enorme di persone culturalmente o sacramentalmente collegate al cattolicesimo mentre diminuiscono rapidamente i praticanti, i matrimoni religiosi, i sacerdoti e soprattutto coloro che vogliono diventarlo. Il battesimo dimostra dunque una resistenza che la vita ecclesiale effettiva non possiede più.
Finché tutto questo rimane all’interno dell’ordinamento canonico, si potrebbe anche dire che non è affare dello Stato. Se la Chiesa ritiene che il battesimo imprima un carattere indelebile, uno Stato laico non ha alcun titolo per discutere l’efficacia sacramentale della grazia. La questione cambia, però, quando la consistenza sociale delle confessioni religiose acquista rilevanza nell’ordinamento civile.
La Corte costituzionale ha riconosciuto da tempo che, nella distribuzione di aree e contributi destinati agli edifici di culto, può essere legittimo considerare la presenza effettiva delle diverse confessioni sul territorio e i relativi bisogni religiosi. In Lombardia l’art. 73 della legge regionale n. 12/2005 è ancora più esplicito: una quota degli oneri di urbanizzazione secondaria viene destinata alle attrezzature religiose e, nel riparto tra più confessioni, deve tenersi conto della loro “consistenza ed incidenza sociale nel comune”.
A quel punto la domanda su chi sia effettivamente “cattolico” smette di essere soltanto ecclesiologica. Può diventare urbanistica, amministrativa e, inevitabilmente, economica.
Occorre però essere rigorosi. Non esiste una norma che imponga al sindaco di prendere i registri dei battesimi e utilizzarli per distribuire metri quadrati o contributi, né abbiamo elementi per sostenere che la Chiesa rifiuti la cancellazione dei battesimi allo scopo di aumentare la propria rappresentatività. Sarebbe un’accusa suggestiva ma non dimostrata.
Anzi, il Garante italiano aveva già stabilito nel 1999 che, dopo la manifestazione della volontà di abbandonare la confessione, l’interessato non può più essere considerato aderente neppure nelle successive attività statistiche.
Ed è proprio qui che si apre una questione tecnica sorprendentemente interessante. Lo “sbattezzo” viene normalmente annotato a margine del registro battesimale custodito dalla singola parrocchia; contemporaneamente la Chiesa produce statistiche aggregate che quantificano milioni di “cattolici battezzati”. Attraverso quale procedura quella annotazione locale viene trasmessa ai livelli superiori e trasformata nella sottrazione del soggetto dalle statistiche degli aderenti?
Nelle fonti metodologiche pubblicamente disponibili questo passaggio non appare affatto trasparente. Ciò non significa che la sottrazione non avvenga. Significa semplicemente che, se si vuole fondare l’intera difesa del registro sulla distinzione tra memoria storica e appartenenza attuale, sarebbe utile sapere in che modo quella distinzione venga concretamente mantenuta nei numeri.
Perché è proprio questo il punto che il dibattito sul “diritto della Chiesa a non dimenticare” rischia di oscurare. La Chiesa può avere ottime ragioni per conservare la notizia che una persona fu battezzata. Il GDPR stesso, del resto, consente agli organismi religiosi, entro precisi limiti, di trattare anche dati relativi agli ex membri. E già questa distinzione normativa tra membri ed ex membri contiene un’informazione abbastanza elementare: conservare memoria di una precedente appartenenza non equivale a poter continuare a rappresentare quella persona come appartenente nel presente.
“È stato battezzato” e “è cattolico”, insomma, non sono sinonimi. La prima frase riguarda un evento passato; la seconda riguarda l’identità attuale di una persona. E il fatto che quell’evento originario sia stato deciso dai genitori quando il soggetto non possedeva alcuna capacità di scelta rende particolarmente difficile attribuirgli una forza maggiore della volontà contraria espressa dallo stesso soggetto una volta adulto.
Forse è proprio qui che la questione dello sbattezzo diventa il simbolo di qualcosa di più grande. Per secoli il battesimo infantile ha consentito alla Chiesa di non dover riconquistare ogni generazione: l’appartenenza precedeva la scelta e la società provvedeva poi a renderla naturale. Oggi, però, quando chiediamo agli italiani non soltanto se si sentano genericamente cattolici, ma se vadano a Messa, si sposino in chiesa o decidano addirittura di entrare in seminario, scopriamo una Chiesa molto più piccola di quella suggerita dalla sola appartenenza nominale.
La Chiesa può certamente continuare a sostenere che il battesimo sia indelebile davanti a Dio. Ma dall’indelebilità sacramentale non può discendere automaticamente un’indelebilità sociale o statistica.
Ed è forse questa la vera questione che la causa Bisdom Gent mette sul tavolo: non se una confessione religiosa possa conservare memoria di un sacramento realmente celebrato, ma fino a che punto possa continuare a ricavare da quel fatto una qualificazione presente della persona quando quella stessa persona, divenuta adulta, abbia scelto espressamente di non riconoscersi più in essa.
Perché la libertà religiosa non consiste soltanto nella possibilità di entrare in una fede. Consiste anche nella possibilità, una volta capaci di scegliere, di essere presi sul serio quando si decide di uscirne.

Paolo Fortina · Pubblicato originariamente su LinkedIn il 20/08/2026. Leggi l’originale




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