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Il costo nascosto di una riserva sbagliata

3 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

Dal singolo sinistro al bilancio: perché una stima che non segue il rischio può costare molto più del fascicolo che la contiene.


Prendiamo un sinistro da 800.000 euro. La responsabilità è incerta, il quantum decisamente ambizioso e il fascicolo ancora giovane, ma qualcuno deve comunque attribuirgli un valore e la compagnia apposta una riserva di 200.000 euro.


Per dirla in modo semplice, la riserva è la stima del costo ultimo del sinistro: non coincide con quanto chiede il danneggiato, non è necessariamente quanto la compagnia sarebbe disposta a pagare oggi per chiudere il fascicolo e non è, soprattutto, una valigetta con 200.000 euro depositata in un caveau in attesa della sentenza. È una previsione, la migliore possibile sulla base delle informazioni disponibili in quel momento.


Passa un anno (o due o tre) e il fascicolo cambia parecchio. Arriva una CTU che complica seriamente la difesa sulla responsabilità ma riduce molto il danno; un teste che sembrava decisivo si rivela meno memorabile del previsto; compare un possibile corresponsabile; la controparte, che formalmente continua a chiedere 800.000 euro, comincia a far capire che a cifre molto più basse potrebbe scoprire improvvisamente le virtù della transazione.


La riserva, però, è ancora 200.000 euro.


E potrebbe essere perfettamente corretta. Solo che, se lo è, dovrebbe esserlo per ragioni diverse da quelle di un anno prima (o due o tre).


È questo il punto che trovo interessante. Le riserve hanno una notevole capacità di mettere radici. All’inizio 200.000 euro sono una stima. Dopo qualche mese diventano “la riserva”. Dopo un anno il numero acquista quasi una propria dignità ontologica e, curiosamente, modificarlo richiede una spiegazione mentre lasciarlo esattamente dov’è sembra spesso la scelta neutrale.


Non lo è.


Confermare una riserva significa affermare, anche implicitamente, che tutto ciò che abbiamo appreso nel frattempo non ha modificato in misura significativa il costo ultimo che ci aspettiamo da quel sinistro.


Per una compagnia, del resto, non è una questione marginale. Un singolo fascicolo conta relativamente; migliaia di fascicoli fanno bilancio. Le riserve incidono sulla rappresentazione economica e patrimoniale dell’impresa, sul risultato tecnico, sulla solvibilità e hanno anche conseguenze fiscali. Se vengono sistematicamente sottostimate, prima o poi arriva il reserve strengthening, espressione piuttosto elegante per dire che i sinistri degli anni precedenti stanno costando più di quanto si fosse previsto. Se invece sono troppo elevate, comprimono inutilmente il risultato e verranno poi liberate quando il rischio si rivelerà inferiore alle attese.


Anche sul piano fiscale la questione è meno banale di quanto a volte si racconti. L’incremento delle riserve tecniche dei rami danni ha effetti sulla determinazione del reddito imponibile, secondo regole specifiche e con meccanismi di differimento della deduzione per la componente di lungo periodo. In altre parole, la riserva non è soltanto una valutazione tecnica del fascicolo: aggregata alle altre, entra nel modo in cui la compagnia rappresenta oggi costi che si manifesteranno domani.


Per questo la riserva non dovrebbe essere né “prudente” né “aggressiva”. Dovrebbe essere, per quanto possibile, vera.


Ed è qui che il ruolo del legale diventa interessante.


Noi avvocati siamo abituati a descrivere il processo nel nostro linguaggio: la CTU è favorevole o sfavorevole, la posizione si è rafforzata o indebolita, permangono buoni argomenti difensivi. Quest’ultima formula, in particolare, ha accompagnato con grande dignità generazioni di fascicoli fino alla sentenza di condanna.


Al claims, però, serve qualcosa di diverso.


Supponiamo che prima della CTU ritenessimo relativamente bassa la probabilità di soccombenza, ma che, in caso di esito negativo, l’esposizione potesse arrivare a 500.000 euro. Il consulente conclude poi che la responsabilità dell’assicurato è difficilmente contestabile, ma che il danno tecnicamente riconoscibile non supera 150.000 euro.


La CTU è negativa? Processualmente sì. Economicamente, la risposta è molto meno ovvia.


È aumentata la probabilità di pagare, ma si è ridotta drasticamente la possibile severity. Il rischio complessivo potrebbe perfino essere diminuito proprio nel momento in cui la posizione giuridica è peggiorata.


Scrivere nel report “CTU sfavorevole” è quindi corretto ma insufficiente. La vera informazione è spiegare che cosa quell’evento abbia cambiato nella distribuzione del rischio: se sia aumentata la probabilità di un esborso, se sia diminuito il quantum realistico, se sia scomparso lo scenario peggiore, se sia comparso un possibile recupero verso terzi o se una transazione sia diventata improvvisamente più conveniente.


Questo non significa trasformare il processo in un modello matematico. Guarderei con un certo sospetto il collega capace di comunicare che, dopo l’ultima udienza, la probabilità di vittoria è scesa dal 63,2 al 58,7 per cento. Il giudizio civile conserva ancora una certa resistenza alla seconda cifra decimale.


Ma fra la falsa precisione e l’eterno rifugio nell’“alea del giudizio” esiste uno spazio molto ampio, ed è esattamente quello nel quale il legale può produrre informazioni utili per chi gestisce la riserva.


E qui, forse, vale la pena chiedersi che cosa contenga davvero questa benedetta alea.


Non soltanto il giudice.


Dentro l’alea c’è naturalmente il modo in cui il giudice leggerà il fascicolo, valuterà i testimoni, interpreterà una clausola o deciderà quale ricostruzione dei fatti sia più convincente. Ma c’è anche il CTU che può vedere ciò che nessuno aveva visto, il teste che può ricordare troppo o troppo poco, il documento che emerge quando ormai avevamo costruito la nostra teoria del caso e, soprattutto, c’è una variabile di cui noi avvocati parliamo con meno entusiasmo: possiamo avere semplicemente sbagliato.


Possiamo aver sopravvalutato una prova, letto male una clausola, attribuito troppo peso a un precedente, sottovalutato un’eccezione, immaginato che un teste avrebbe retto meglio l’esame o costruito una strategia che, alla prova del processo, si rivela meno brillante di quanto sembrasse davanti al nostro computer.


In altre parole, l’alea non è soltanto ciò che non sappiamo del giudice. È anche ciò che non sappiamo ancora della bontà della nostra stessa valutazione.


Ed è forse questa la ragione per cui trovo poco convincente quando le percentuali di successo vengono presentate con l’aria di essere un dato esterno e oggettivo, quasi fossero scritte da qualche parte nel fascicolo e il compito dell’avvocato consistesse soltanto nel leggerle o nel dedurle correttamente.


Quella percentuale contiene anche noi.


Contiene la qualità delle informazioni disponibili, la capacità con cui le abbiamo comprese e la possibilità che qualcosa, domani, dimostri che la nostra ricostruzione era sbagliata.


La domanda utile, allora, non dovrebbe essere soltanto “Avvocato, come la vede?”, ma piuttosto: “Rispetto all’ultimo assessment, che cosa è cambiato?”.


E forse ce n’è una ancora migliore: “Che cosa potrebbe dimostrare che oggi la stiamo vedendo male?”.


Questa domanda obbliga il legale a indicare non soltanto il prossimo evento processuale, ma il punto sul quale poggia davvero la sua stima. Può essere una CTU, l’esame di un teste, una decisione sulla chiamata in garanzia, una pronuncia della Cassazione su una questione seriale o una proposta transattiva destinata a scadere. Non tutti gli eventi processuali sono reserve-moving events; alcuni hanno soprattutto il merito di aumentare il peso del PDF.


Infine c’è un livello ulteriore. Se il nostro sinistro da 800.000 euro riguarda l’interpretazione di una clausola presente in diecimila polizze, il problema non è più capire se la singola riserva debba salire da 200.000 a 250.000 euro. Il problema è capire quanti altri fascicoli possano essere toccati dallo stesso evento.


A volte una causa da 100.000 euro vale milioni, non per quanto costa in sé, ma per ciò che insegna sul portafoglio.


È forse qui che il legale diventa davvero utile a un claims department: non quando pretende di stabilire la riserva al posto di chi deve farlo, ma quando riesce a riconoscere e tradurre gli eventi che possono renderla vecchia e, soprattutto, quando è disposto a considerare tra quei possibili eventi anche la scoperta di avere preso una cantonata.


In fondo l’assicuratore, per mestiere, dà un prezzo all’incertezza. Nel contenzioso gli viene chiesto qualcosa di ancora più difficile: attribuire oggi un valore a una decisione che verrà presa domani sulla base di fatti accaduti ieri, attraverso informazioni incomplete e valutazioni formulate da esseri umani che possono tutti sbagliare.


Giudice compreso. Avvocato compreso.


E forse è proprio questo che una buona riserva dovrebbe riuscire a fare: non eliminare l’alea, cosa impossibile, ma cambiare abbastanza in fretta quando l’alea comincia a mostrarci dove avevamo torto.


Paolo Fortina · Pubblicato originariamente su LinkedIn il 08/09/2026. Leggi l’originale

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