top of page
Logo-NLStudio-bluscuro.png

Lascia perdere i Pesci, meglio il Capricorno

25 ago
Tempo di lettura: 5 min

Astrologia, pregiudizi e il diritto di scegliere male


Devi assumere qualcuno? Io lascerei perdere i Pesci.


Creativi, intuitivi, sensibili, certamente. Ma se c’è da chiudere un bilancio o rispettare una scadenza, mi orienterei su qualcosa di più solido. Un Capricorno, per esempio: metodico, ambizioso, affidabile, concreto, naturalmente portato a considerare il lavoro una cosa che andrebbe possibilmente fatta.


Per trasparenza metodologica segnalo di essere Capricorno. Non mi sembra però corretto lasciare che un modesto conflitto d’interessi interferisca con l’evidenza astrologica.


Naturalmente sto dicendo sciocchezze.


La cosa interessante è che c’è chi sciocchezze di questo genere le ha prese abbastanza sul serio da costringere il legislatore a occuparsene.


A Taiwan l’articolo 5 dell’Employment Service Act vieta ai datori di lavoro di discriminare candidati e dipendenti per razza, religione, sesso, orientamento sessuale, età, stato civile, disabilità e altri fattori piuttosto prevedibili.


Poi, in mezzo all’elenco, compaiono il segno zodiacale e il gruppo sanguigno.


A Taiwan, quindi, non puoi non assumere qualcuno perché è dei Pesci.


La norma fa sorridere, ma le leggi hanno una curiosa capacità di raccontare la società proprio attraverso ciò che vietano. Se un legislatore sente il bisogno di proibire espressamente una certa condotta, è ragionevole sospettare che qualcuno quella condotta la tenesse davvero.


È una specie di archeologia per negativo. Se alla fine del V secolo papa Gelasio sentiva ancora il bisogno di polemizzare contro i Lupercalia, più di 100 anni dopo l’affermazione del cristianesimo nell’Impero, possiamo dedurne che il vecchio rito pagano non fosse sopravvissuto soltanto nei libri.


I divieti, insomma, certificano involontariamente la vitalità di ciò che vietano.


La domanda da fare davanti alla legge taiwanese, quindi, non è: «davvero hanno scritto una norma sui segni zodiacali?».


È: che cosa avevano combinato i datori di lavoro taiwanesi perché fosse necessario scriverla?


La risposta è notevole.


Quando nel 2018 il segno zodiacale e il gruppo sanguigno furono aggiunti ai fattori protetti, le autorità del lavoro spiegarono che alcuni datori chiedevano davvero queste informazioni ai candidati e arrivavano a utilizzare astrologia e pratiche divinatorie per decidere chi assumere.


Il legislatore italiano, evidentemente, ha avuto maggiore fiducia nella razionalità degli uffici del personale.


Quello taiwanese, evidentemente, disponeva di informazioni migliori.


La parte più interessante, però, è che l’astrologia applicata alle assunzioni può funzionare davvero.


Solo che funziona sulla persona sbagliata.


Nel 2020 il Journal of Personality and Social Psychology ha pubblicato una ricerca sugli stereotipi astrologici in Cina. La Vergine, per esempio, porta con sé una reputazione particolarmente negativa: persona difficile, poco accomodante. E quando nei test di selezione un candidato veniva indicato esplicitamente come appartenente alla Vergine, diminuiva la propensione ad assumerlo.


A quel punto restava una possibilità, improbabile ma scientificamente doverosa: magari nelle stelle c’era davvero qualcosa. Magari i Vergine erano effettivamente più complicati, i Pesci più dispersivi e i Capricorno, come appare intuitivo, migliori.


Gli studiosi hanno quindi confrontato il segno zodiacale con la personalità di 173.709 persone e con la performance lavorativa di altre 32.878.


Alle stelle è stata concessa una possibilità abbastanza generosa. Non l’hanno sfruttata. Il segno zodiacale non prediceva né la personalità né il rendimento professionale.


Ed è qui che lo studio diventa molto più interessante dell’oroscopo. L’astrologia non prediceva il lavoratore. Prediceva il selezionatore. La Vergine non era meno capace. Era considerata meno capace da chi credeva allo stereotipo. Una convinzione falsa produceva quindi una conseguenza perfettamente reale. La psicologia sa abbastanza bene come ci caschiamo. C’è l’effetto Forer, o Barnum: ci riconosciamo facilmente in descrizioni generiche quando ci vengono presentate come personali.


«Sei indipendente, ma hai bisogno di essere apprezzato.»


Vero.


«A volte sei socievole, altre hai bisogno dei tuoi spazi.»


Inquietante.


«Hai capacità che non sempre riesci a sfruttare pienamente.»


Finalmente qualcuno che mi capisce.


Poi interviene il bias di conferma. Ricordiamo le previsioni riuscite e archiviamo con discrezione quelle sbagliate. Se l’oroscopo annuncia un incontro importante e giovedì conosco qualcuno, Giove ha visto lungo. Se per 3 settimane non incontro nessuno, difficilmente gli mando una diffida ad adempiere.


Possiamo quindi affrontare con sufficiente rigore scientifico la questione realmente importante: quali segni conviene assumere?


1° il Capricorno, naturalmente. Segue la Vergine, che probabilmente ha già trovato i refusi di questo articolo e aperto un foglio Excel per segnalarli. Il Toro è affidabile, purché nessuno gli cambi il gestionale. Lo Scorpione è determinato e strategico: lo assumerei, evitando soltanto di licenziarlo male. Dei Gemelli rimane il dubbio su quale dei 2 si presenterà lunedì. I Pesci restano ultimi soprattutto perché qualcuno deve pur esserlo e ormai ho scelto il titolo.


La graduatoria ha valore scientifico pari a 0.


Ma qui comincia il diritto.


In Italia il segno zodiacale non rientra tra i tipici fattori di discriminazione vietata. L’articolo 8 dello Statuto dei lavoratori vieta però al datore, anche ai fini dell’assunzione, di effettuare indagini su fatti non rilevanti per la valutazione dell’attitudine professionale.


Chiedere seriamente a un candidato il segno zodiacale per decidere se assumerlo avrebbe quindi un problema giuridico molto più concreto di Saturno. Ma prendiamo il caso più interessante. Il datore non chiede nulla. Conosce già la data di nascita, scopre che il candidato è dei Pesci e lo scarta. Oppure, più semplicemente, il candidato gli sta sulle palle.


Qui bisogna essere seri.


Il datore, alla fine, con quella persona deve lavorarci. Dovrà affidarle clienti, discutere decisioni, affrontare problemi e trascorrerci una quantità non trascurabile della propria vita. Se tra 2 candidati ugualmente competenti uno gli ispira fiducia e l’altro gli risulta insopportabile, è difficile sostenere che questa circostanza debba essere irrilevante.


Il datore privato non è una commissione di concorso. Nella scelta entrano inevitabilmente simpatia, fiducia, autorevolezza percepita, compatibilità con il gruppo.


Il problema è che non sappiamo sempre perché una persona ci ispiri fiducia e un’altra no.


Potremmo preferire il candidato più bello, quello più alto, quello con una voce più sicura, quello che ci somiglia o che ci ricorda qualcuno che stimiamo.


E nessuno scriverà mai:


«Marco era più competente, ma Luca era più bello».


Scriverà che Luca aveva più presenza, maggiore capacità relazionale o un migliore fit con la cultura aziendale.


E potrebbe non stare mentendo affatto.


Potrebbe crederci sinceramente.


Perché una delle cose meno rassicuranti che la psicologia ci ha insegnato è che non conosciamo perfettamente le motivazioni delle nostre stesse scelte. Siamo molto bravi, invece, a costruire spiegazioni coerenti dopo averle compiute. Gli esperimenti sulla cosiddetta choice blindness sono arrivati a mostrare persone capaci di giustificare con convinzione una scelta che, a loro insaputa, era stata sostituita dagli sperimentatori.


Il problema del pregiudizio diventa allora molto più sottile.


Non è soltanto il datore che pensa: «non assumo uno dei Pesci».


È anche quello sinceramente convinto di avere valutato soltanto il merito, quando magari nel giudizio sono entrati elementi dei quali non è neppure consapevole.


Questo non significa che ogni impressione soggettiva sia discriminatoria. Sarebbe assurdo. Né il diritto può pretendere una razionalità matematica nelle assunzioni.


Fa una cosa diversa: stabilisce che alcuni criteri non possono essere utilizzati, anche quando incidono realmente sulle preferenze di chi deve scegliere.


Taiwan ha deciso di inserirvi persino il segno zodiacale.


Vista così, la norma sui Pesci appare molto meno folkloristica.


Anzi, l’astrologia possiede almeno un vantaggio rispetto a molte valutazioni apparentemente più sofisticate: rende il pregiudizio talmente evidente da farci immediatamente sorridere.


«Non assumo i Pesci» sembra una sciocchezza.


«Non mi restituisce abbastanza leadership» sembra una valutazione professionale.


E può esserlo. Oppure può essere una sciocchezza che ha imparato a vestirsi meglio.


Forse è questo il punto più interessante dell’intera storia: non tutto ciò che è soggettivo è discriminatorio, non tutto ciò che è irrazionale è illegale e non tutto ciò che appare razionale è davvero la ragione per cui abbiamo scelto.


Il diritto non può leggere nella nostra testa. Può soltanto tracciare alcuni confini.


Da questo punto di vista, almeno, l’astrologia ha una virtù: dichiara subito il proprio metodo.


Se poi proprio dovete assumere qualcuno, comunque, scegliete un Capricorno: dopo tutto questo articolo, mi pare francamente inutile continuare a fingere che non sia il migliore.


Paolo Fortina · Pubblicato originariamente su LinkedIn il 25/08/2026. Leggi l’originale

Commenti


bottom of page