Il diritto appartiene a chi sa parlare
Tutto è cominciato da un collegamento che non avevo mai fatto: l’inglese infantry, fanteria, ha la stessa origine di infant, bambino.
Non si tratta di una vaga somiglianza. Entrambe le parole risalgono al latino infans, composto dal prefisso negativo in- e dal verbo fari, parlare, dire, pronunciare. L’infans è dunque, letteralmente, colui che non parla. O, più precisamente, colui che non è ancora capace di pronunciare una parola pienamente riconoscibile.
È già significativo che i Romani definissero il bambino non per la sua piccolezza, per la sua fragilità o per la dipendenza dagli adulti, ma per ciò che ancora non sapeva fare: parlare.
Del resto, i Romani avevano una certa tendenza a prendere un fatto della vita e trasformarlo in una pragmatica categoria giuridica.
Nel diritto romano, infatti, infans non era soltanto un modo per indicare il bambino. Era anche una qualifica giuridica. L’infantia venne tradizionalmente collocata fino ai 7 anni e l’infante era considerato incapace di compiere autonomamente atti giuridici.
Non perché a 6 anni i bambini fossero materialmente muti, ma perché la loro parola non era ancora considerata espressione di una volontà giuridicamente consapevole.
Il problema non era quindi la capacità di produrre suoni. Era la capacità di pronunciare parole alle quali l’ordinamento potesse attribuire conseguenze. La parole con conseguenze.
Ed è qui che l’etimologia diventa diritto.
Per il diritto, parlare non significa soltanto descrivere il mondo. Significa modificarlo. Si dice «accetto» e può nascere un contratto. Si dice «rinuncio» e si perde un diritto. Si dice «prometto» e può sorgere un’obbligazione. Si dice «riconosco» e una posizione giuridica può cambiare radicalmente.
Nel diritto romano questa forza della parola era quasi materiale. La stipulatio, una delle forme fondamentali dell’obbligazione, nasceva da una domanda e da una risposta corrispondenti: «Prometti?», «Prometto».
La parola non si limitava ad accompagnare il vincolo. Era il luogo stesso in cui il vincolo nasceva.
In fondo, ancora oggi il diritto è una gigantesca macchina che attribuisce effetti alle parole, spesso prendendole molto più sul serio di chi le pronuncia. Gran parte del lavoro del giurista consiste proprio nello stabilire se una persona abbia davvero voluto ciò che ha detto, abbia detto ciò che voleva o abbia semplicemente firmato dove qualcun altro le indicava.
La radice di fari, del resto, ha lasciato tracce profonde nella nostra lingua. Il fato è ciò che è stato pronunciato e che, proprio perché detto, diventa destino. La favola è ciò che viene raccontato. La fama è ciò che si dice e si diffonde sul conto di qualcuno, con un rapporto talvolta piuttosto elastico con la realtà.
Per i Latini, dunque, la parola non era soltanto un mezzo di comunicazione. Era una forza capace di raccontare, consacrare, obbligare, condannare e perfino rendere inevitabile il futuro.
L’infans è colui che ancora non partecipa pienamente a quel potere.
Ma la storia della parola non finisce nell’infanzia.
Nel passaggio dal latino alle lingue romanze, infante assunse anche il significato di giovane, ragazzo, garzone o servitore. Poi, perdendo la sillaba iniziale, infante diventò fante.
Il fante era il giovane subordinato, il servitore che accompagnava il cavaliere. E poiché il cavallo non era soltanto un mezzo di trasporto, ma anche un segno di ricchezza, prestigio e potere, chi non lo possedeva si muoveva e combatteva a piedi.
Anche nel Medioevo, evidentemente, il mezzo aziendale faceva curriculum.
Così il nome del servitore finì per indicare il soldato appiedato. Da fante nacque la fanteria e, attraverso le lingue romanze, l’inglese infantry.
Il percorso è straordinario: l’infans è colui che non parla; l’infante diventa il giovane servitore; il fante è l’uomo subordinato che combatte a piedi; l’infantry è l’insieme dei soldati mandati materialmente sul terreno.
Dentro questa evoluzione linguistica è rimasta fossilizzata un’intera struttura sociale.
Da una parte il cavaliere, proprietario del cavallo, armato e dotato del potere di comandare. Dall’altra il fante, che cammina, porta il peso e spesso viene mandato davanti.
Prima il bambino, la cui volontà deve essere espressa da altri. Poi il servitore, che agisce per conto di altri. Infine il soldato a piedi, che combatte secondo gli ordini di altri.
La parola nata per indicare chi non aveva ancora voce finisce così per designare chi occupa una posizione subordinata.
Ed è da questo stesso fante che nasce anche una parola assai meno gloriosa: lestofante.
Il lestofante era originariamente il fante lesto, cioè il servo sveglio, scaltro, pronto di mano e di parola. Con il tempo, però, la scaltrezza ha prevalso sulla velocità e il termine ha finito per indicare l’imbroglione, il truffatore, chi usa la propria abilità non per difendersi dal potere, ma per approfittarsi degli altri.
Il cerchio, a quel punto, si chiude quasi perfettamente.
L’infans è colui che non possiede ancora la parola. Il fante è colui che, pur potendo parlare, resta subordinato. Il lestofante è colui che ha imparato a usare la parola fin troppo bene, soprattutto quando si tratta di confondere quella degli altri.
Non è difficile leggere in questa trasformazione anche una piccola storia del diritto e del potere.
Chi possiede una parola riconosciuta può dichiarare, obbligarsi, testimoniare, disporre e comandare. Chi quella parola non ce l’ha, o non se la vede riconoscere, viene rappresentato, tutelato, amministrato e, talvolta, semplicemente comandato.
Ed è qui che l’etimologia smette di essere un gioco. Le parole cambiano funzione senza perdere del tutto la propria storia. Il significato si sposta, ma non cancella completamente ciò che c’era prima. Lo incorpora.
Anche il diritto procede così. Le categorie cambiano nome, forma e funzione, ma conservano spesso strutture molto più antiche. Capacità, volontà, dichiarazione, rappresentanza: sembrano concetti perfettamente attuali, ma arrivano da molto lontano.
Le parole sono vive e il diritto cerca continuamente di star loro dietro.
Per capire davvero il punto di arrivo, però, bisogna sapere da dove sono partite. Perché spesso ciò che una parola è stata continua a spiegare, in modo silenzioso, ciò che è diventata. E forse anche ciò che potrà ancora diventare.
Paolo Fortina · Pubblicato originariamente su LinkedIn il 15/07/2026. Leggi l’originale




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