top of page
Logo-NLStudio-bluscuro.png

La forza così fragile dei simboli

1 giorno fa
Tempo di lettura: 5 min

Questa mattina, durante un funerale, mi è venuta in mente una cosa: il simbolo è una delle costruzioni più potenti dell’essere umano e, nello stesso tempo, una delle più fragili.


Le due caratteristiche non sono in contraddizione. Probabilmente dipendono dalla stessa ragione.


Il simbolo concentra una quantità enorme di significato in qualcosa di materialmente modesto. Una croce è una forma geometrica elementare, una bandiera è un pezzo di tessuto, una fede è un piccolo anello di metallo. Eppure possono rappresentare una religione, una patria, un legame affettivo e suscitare comportamenti del tutto sproporzionati rispetto al loro valore materiale.


La forza del simbolo sta precisamente qui: riesce a comprimere una storia, un’identità, una promessa, una paura, un’appartenenza dentro un segno.


Ma il segno, da solo, non basta.


Pensiamo alle cattedrali. L’altezza delle navate, la luce delle vetrate, l’orientamento, le immagini, il suono, persino la sproporzione tra la dimensione dell’uomo e quella dell’edificio sono stati utilizzati per rendere percepibile qualcosa che, per definizione, non poteva esserlo.


La pietra serviva a rappresentare l’immateriale.


E tuttavia oggi possiamo entrare nella stessa cattedrale ed essere colpiti dall’architettura, mentre un altro visitatore vi riconosce la casa di Dio, un altro ancora un documento storico e un altro soltanto una tappa turistica.


L’edificio è lo stesso. Il simbolo, evidentemente, no.


Qui emerge una caratteristica essenziale: il simbolo non soltanto ha bisogno di un interprete, ma cambia con l’interprete.


Una bandiera può rappresentare appartenenza per qualcuno, oppressione per qualcun altro e quasi nulla per un terzo. Una statua può essere un monumento per una generazione e diventare un problema politico per quella successiva. Un rito può apparire solenne a chi vi partecipa e incomprensibile a chi lo osserva dall’esterno.


Il simbolo non trasporta un significato già confezionato. Funziona piuttosto come un catalizzatore, attorno al quale si concentrano memoria, storia, emozioni, identità e interessi.


È probabilmente per questo che gli uomini litigano così spesso intorno ai simboli.


Si abbattono statue, si bruciano bandiere, si vietano segni religiosi, si conquistano luoghi sacri. Materialmente, l’oggetto potrebbe sembrare secondario. Simbolicamente, toccarlo significa intervenire su tutto ciò che vi è stato depositato.


La stessa intuizione è stata compresa perfettamente dal mercato.


Un logo è, nella sua forma più elementare, un disegno. Eppure alcune imprese spendono decenni e somme enormi per depositare dentro quel disegno reputazione, affidabilità, desiderio, status, esperienza.


La mela di Apple, lo swoosh di Nike o il cavallino Ferrari non descrivono quasi nulla del prodotto. Non ne hanno bisogno. Il loro valore consiste proprio nella quantità di significati che riescono a richiamare senza doverli spiegare ogni volta.


È una forma straordinaria di economia simbolica.


Pochi centimetri di segno possono contenere una storia industriale, una promessa commerciale e perfino una posizione sociale.


Ma anche qui ritorna la fragilità.


Un marchio costruito in decenni può essere danneggiato da un singolo evento che modifica il modo in cui viene interpretato. Il disegno resta identico; ciò che vediamo nel disegno è cambiato.


La fragilità del simbolo è dunque intrinseca. Non dipende dalla debolezza del supporto materiale, ma dal fatto che il suo significato vive altrove: nella mente di chi lo incontra e nella rete sociale che continua a riconoscerlo.


Il denaro porta questa logica ancora più avanti.


Una banconota da cento euro vale materialmente pochi centesimi. I cento euro esistono perché una comunità, sostenuta da istituzioni estremamente complesse, continua a riconoscere quel valore. Se quel riconoscimento venisse meno, la carta resterebbe perfettamente intatta mentre il denaro sarebbe scomparso.


Dire che si tratta di una convenzione non significa però dire che sia irreale.


Con quelle convenzioni paghiamo stipendi, acquistiamo case, costruiamo imprese e misuriamo patrimoni.


Una parte considerevole della realtà sociale è fatta di cose che non esistono come oggetti fisici e che tuttavia producono conseguenze molto concrete.


Ed è a questo punto che, almeno per deformazione professionale, diventa difficile non pensare al diritto.


Il diritto è forse il sistema nel quale questa capacità umana raggiunge la forma più sofisticata.


Una firma è un segno grafico. Una società è una persona che non esiste biologicamente. La proprietà non è contenuta nell’oggetto posseduto. Un credito non è contenuto nel denaro che dovrà essere pagato. Una sentenza è una sequenza di parole. Una quota societaria può ridursi a un numero.


Eppure attraverso queste costruzioni trasferiamo patrimoni, costituiamo società, imponiamo obblighi, riconosciamo diritti e autorizziamo l’uso della forza pubblica.


Il diritto compie però un’operazione ulteriore rispetto agli altri sistemi simbolici: tenta di disciplinare l’interpretazione.


Perché il problema inevitabile è sempre lo stesso. Se interpreti differenti possono attribuire significati differenti allo stesso segno, chi decide quale interpretazione debba prevalere?


Gran parte del diritto nasce precisamente da questa domanda.


Per questo esistono definizioni, procedure, forme, competenze, gradi di giudizio, criteri ermeneutici, precedenti. Non eliminano l’interpretazione; cercano di governarla.


Una clausola può apparire chiarissima a chi l’ha scritta e significare qualcosa di diverso per la controparte. Una norma può sembrare univoca a un giudice e problematica a un altro. Una stessa parola può produrre conseguenze diverse se cambia il contesto in cui viene applicata.


Quando il conflitto non può essere composto, consegniamo lo stesso testo a un terzo interprete, il giudice, e attribuiamo alla sua lettura conseguenze che le altre non possiedono.


Non perché quella lettura sia magicamente contenuta nelle parole, ma perché abbiamo costruito un sistema che stabilisce chi può interpretare, secondo quali criteri e con quali effetti.


Il diritto non ha dunque risolto il problema dell’ambiguità dei simboli. Ha fatto qualcosa di più realistico: ha costruito istituzioni per governare il conflitto tra interpretazioni.


E questo dovrebbe renderci prudenti ogni volta che qualcuno afferma di sapere con assoluta certezza che cosa un simbolo significhi.


Non perché tutte le interpretazioni si equivalgano. Una cattedrale non può significare qualsiasi cosa, così come una norma non può essere fatta dire arbitrariamente qualunque cosa.


Esistono la storia, il linguaggio, il contesto, le convenzioni, le intenzioni, i precedenti. Esistono interpretazioni più solide di altre ed esistono interpretazioni semplicemente sbagliate.


Ma il significato non è un oggetto nascosto dentro il simbolo che qualcuno, più bravo degli altri, riesce finalmente a estrarre.


Tra il segno e il significato c’è sempre un interprete.


E l’interprete porta con sé il proprio tempo, la propria cultura, le proprie categorie e, qualche volta, anche il proprio interesse.


Vale per una bandiera contesa, per una statua abbattuta, per un logo diventato improvvisamente impopolare. Vale per quei riti che attraversano indenni i secoli nella forma e possono cambiare radicalmente nel modo in cui vengono percepiti.


E vale, naturalmente, per il diritto.


Forse per questo, quando qualcuno dice che “la legge è chiarissima”, un avvocato tende istintivamente a preoccuparsi.


Non perché la legge non possa essere chiara.


Ma perché anche la chiarezza è già, almeno in parte, un’interpretazione.

Commenti


bottom of page