
Agelasti versus palpebriani
La serietà è una cosa seria. Prendersi sul serio, assai meno.
Diffido delle persone che, prima di esprimere una banalità, si schiariscono la voce. Generalmente la banalità arriva lo stesso, ma accompagnata da una solennità che dovrebbe compensarne la modesta rilevanza.
Esiste infatti una categoria di individui dotati di un talento straordinario: riescono a rendere importante qualsiasi cosa. Una riunione condominiale, una discussione sul regolamento di un'associazione, la disposizione delle sedie durante un convegno. Tutto viene affrontato con la gravità di una questione costituzionale.
Il fenomeno è particolarmente diffuso negli ambienti nei quali le persone dispongono di un titolo, di una carica o, nei casi più gravi, di entrambi.
Non fraintendiamoci. La serietà è una virtù. Ci aspettiamo che un chirurgo operi seriamente, che un giudice decida seriamente e che un ingegnere calcoli seriamente la resistenza di un ponte.
Il problema comincia quando il chirurgo pretende di essere un chirurgo anche durante l'aperitivo, il giudice si convince di incarnare personalmente la giustizia e l'ingegnere ritiene che la propria competenza lo autorizzi ad avere ragione anche sulla cottura degli spaghetti.
Witold Gombrowicz, in Ferdydurke, aveva raccontato magnificamente la prigionia delle forme: l'adulto deve comportarsi da adulto, l'intellettuale da intellettuale, l'uomo importante da uomo importante. Ciascuno finisce per interpretare se stesso con tale dedizione da dimenticare che sta recitando una parte.
Milan Kundera, riprendendo Rabelais, ricordava invece gli agelasti: gli uomini incapaci di ridere. Il loro problema non era semplicemente la mancanza di allegria, ma l'incapacità di accettare che le proprie certezze potessero apparire ridicole.
Chi è convinto di possedere la verità, del resto, ha ben poche ragioni per sorridere.
Soprattutto di se stesso.
Fortunatamente, all'estremo opposto dello spettro filosofico, si collocano i palpebriani.
Il palpebrianesimo è una singolare dottrina di etica alimentare fondata su un principio di disarmante semplicità: non mangiare animali dotati di palpebre.
La teoria dispone persino di un manifesto, un pamphlet nel quale si affrontano questioni di biologia evoluzionistica, sofferenza animale e coerenza morale, per giungere sostanzialmente alla conclusione che si possa mangiare un branzino senza sentirsi obbligati a mangiare anche una mucca.
Naturalmente il criterio è scientificamente approssimativo, zoologicamente discutibile e filosoficamente arbitrario.
Ma i palpebriani, a differenza degli agelasti, lo sanno benissimo.
Non negano che i pesci possano soffrire. Riconoscono semplicemente che l'empatia umana è imperfetta e che una scelta parzialmente coerente non è necessariamente inutile.
Recuperando Sant'Agostino, che chiedeva a Dio castità e continenza, ma non subito, il manifesto arriva a formulare una richiesta altrettanto impegnativa: «Rendimi vegetariano, ma non subito».
Precisando, per prudenza, che quel «non subito» potrebbe coincidere con «mai».
Il pamphlet si conclude con una dichiarazione di moderata arroganza: «Il palpebrianesimo non è la soluzione migliore. È semplicemente migliore della vostra».
Dietro l'apparente assurdità c'è però una questione autentica: si può difendere seriamente un principio senza pretendere di essere personalmente impeccabili?
Gli agelasti sembrano avere qualche difficoltà ad ammetterlo. Per loro una questione seria deve essere affrontata con espressione seria, un ruolo importante richiede una persona importante e una contraddizione invalida necessariamente l'intero ragionamento.
I palpebriani, invece, accettano di essere ridicoli senza per questo rinunciare a pensare.
E forse è proprio questa la differenza tra avere delle convinzioni ed esserne posseduti.
Il problema, naturalmente, non riguarda soltanto la filosofia alimentare.
Basta frequentare qualche consiglio direttivo, assemblea o organismo professionale per incontrare individui che considerano la propria nomina non una responsabilità temporanea, ma una trasformazione antropologica.
Il titolo smette di identificare una funzione e diventa una qualità della persona. E poiché la persona si considera importante, anche le sue opinioni acquistano automaticamente la medesima importanza.
Una forma di ragionamento circolare che presenta il vantaggio di non richiedere alcuna verifica esterna.
Eppure, in qualsiasi luogo nel quale gli uomini si riuniscano per costruire qualcosa di buono, dovrebbero trovare spazio serietà, senno, benefizio e giubilo.
Quattro parole che esprimono un equilibrio assai più intelligente di molte dottrine solenni.
Il problema è che le prime tre vengono generalmente accolte con entusiasmo, mentre la quarta incontra qualche difficoltà applicativa.
E così capita di incontrare persone che invocano il giubilo con l'espressione di chi sta organizzando un funerale.
Naturalmente non bisogna ridere di tutto. Esistono tragedie che meritano silenzio, sofferenze che esigono rispetto e responsabilità che richiedono rigore.
Ma c'è una differenza considerevole tra rispettare un'istituzione e venerare chi momentaneamente la rappresenta. Soprattutto quando la venerazione è richiesta dall'interessato.
L'ironia, in fondo, non rende meno serie le nostre idee. Ci impedisce soltanto di trasformarle in dogmi e noi stessi in monumenti.
E i monumenti, come noto, hanno un difetto: sono immobili, generalmente pieni di piccioni e quasi sempre più interessanti per ciò che rappresentano che per ciò che sono.
Forse dovremmo imparare a distinguere più spesso le cose importanti dalle persone che si considerano tali.
Le prime meritano tutta la nostra serietà.
Le seconde, qualche volta, soprattutto una risata.
Per chi desiderasse approfondire, è allegato il Manifesto del Palpebrianesimo. Se ne raccomanda una lettura attenta, ma non necessariamente devota.




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