Che cosa hanno in comune un santo e una sanzione?
Da Luogosanto al solco di Romolo: una breve storia del limite
L’ho scoperto partendo da un nome: Luogosanto, in Gallura.
A prima vista sembra uno di quei toponimi che non hanno bisogno di molte spiegazioni. Un luogo santo, appunto. Ma basta fermarsi per un momento sulla parola “santo” per accorgersi che dentro quel nome c’è una storia molto più lunga, che attraversa Roma antica e arriva, con sorprendente naturalezza, fino al diritto.
“Santo” deriva dal latino sanctus, propriamente participio passato di sancire. È esattamente il verbo che utilizziamo ancora oggi quando diciamo che una Costituzione sancisce un diritto, che una legge sancisce un principio o che un accordo sancisce definitivamente un’intesa. E alla stessa famiglia appartiene anche “sanzione”, attraverso il latino sanctio, che significava anzitutto “prescrizione”.
Santo, sancire e sanzione sono dunque parenti. Oggi sembrano frequentare ambienti piuttosto diversi: il santo è finito prevalentemente nel lessico religioso, la sanzione compare quando qualcuno viola una regola, mentre sancire è sopravvissuto con particolare fortuna nel linguaggio del diritto e delle istituzioni. All’origine, però, queste parole ruotano tutte intorno a un’idea comune: attribuire a qualcosa uno statuto particolare, stabilirlo con forza e sottrarlo alla libera violazione. Lo stesso verbo latino sancire conserva infatti il significato originario di “rendere sacro, inviolabile”.
Per capire davvero il passaggio bisogna soffermarsi su un’altra parola: sacro.
“Sacro” deriva da sacer e non va semplicemente tradotto con “divino”. Il riferimento religioso è certamente presente nella storia della parola, ma la categoria del sacro si comprende meglio se si parte da un’operazione più elementare: la separazione. Qualcosa viene sottratto all’uso ordinario, distinto dal resto, posto in una condizione diversa rispetto a ciò che rimane liberamente disponibile. Non a caso il suo contrario è “profano”: profanus deriva da pro e fanum e indica originariamente ciò che sta davanti, e quindi fuori, dal recinto sacro.
Il sacro, in questa prospettiva, comincia dunque da un confine. C’è ciò che appartiene allo spazio ordinario e ciò che ne viene separato; c’è un fuori e c’è un dentro. Non occorre partire immediatamente dagli dèi per comprendere il meccanismo: prima viene la distinzione, poi il significato che una determinata cultura attribuisce a ciò che ha distinto.
Ed è difficile trovare un’immagine più potente di questa idea della fondazione antica di una città.
Noi siamo abituati a pensare che una città nasca quando si costruiscono case, strade e mura. Nel racconto romano delle origini, invece, prima della città viene un gesto molto più semplice e, insieme, molto più solenne: qualcuno traccia una linea.
Plutarco, narrando la fondazione di Roma, racconta che Romolo avrebbe aggiogato a un aratro un toro e una vacca e avrebbe tracciato un solco profondo intorno allo spazio destinato alla nuova città. Chi lo seguiva aveva il compito di rivoltare verso l’interno le zolle sollevate dall’aratro, senza lasciarne cadere alcuna all’esterno. Nei punti in cui sarebbero sorte le porte, però, l’aratro veniva sollevato e il solco deliberatamente interrotto. Il motivo, spiega Plutarco, è particolarmente interessante: il muro doveva essere considerato sacro e inviolabile, mentre attraverso le porte dovevano necessariamente transitare persone e cose provenienti dall’esterno.
È un’immagine straordinaria perché mostra che il confine della città non era semplicemente una soluzione urbanistica. Quella linea trasformava lo spazio. Prima del solco esisteva un territorio; dopo il solco esistevano un dentro e un fuori, una città e ciò che città non era.
In questo senso si comprende anche il pomerium, che non era semplicemente la cinta muraria. Livio lo descrive come uno spazio delimitato secondo il rito, collegato alle mura ma distinto da esse, che non poteva essere liberamente abitato o coltivato. Quando Roma si ampliava, anche quel limite doveva essere formalmente esteso.
Il confine fisico diventava così anche un confine giuridico e simbolico.
Ed è a questo punto che la morte di Remo, al di là di qualsiasi pretesa di ricostruzione storica di un evento evidentemente appartenente al mito, acquista un significato molto più interessante della semplice lite tra due fratelli.
Livio racconta che Remo, per scherno, avrebbe scavalcato le nuove mura tracciate dal fratello. Romolo lo uccide e pronuncia una frase destinata a rimanere nella memoria romana: “Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea.” — “Così accada, d’ora in poi, a chiunque altro oltrepassi le mie mura.”
Letta come cronaca, è una storia brutale. Letta come mito di fondazione, è quasi una dichiarazione di teoria del diritto.
Roma colloca alle proprie origini una linea e la conseguenza della sua violazione.
Prima ancora del Senato, dei magistrati, delle legioni e dei giuristi, nel racconto che Roma costruisce di sé stessa c’è qualcuno che stabilisce un limite e qualcun altro che scopre che quel limite non è soltanto un segno tracciato nella terra.
Ciò che è stato separato deve anche essere protetto.
Qui sacer e sanctus si avvicinano, senza per questo diventare perfettamente sinonimi. Il lessico latino è più complesso di qualsiasi schema scolastico: i significati si sovrappongono e si contaminano. Ma la distinzione rimane utile per comprendere il movimento concettuale che ci interessa. Il sacro ci parla della separazione dall’ordinario; sanctus mette in primo piano l’inviolabilità e la protezione; sancire è l’atto attraverso il quale qualcosa viene stabilito con particolare forza; la sanctio è il mezzo attraverso il quale quella prescrizione acquista effettività.
Non sorprende, allora, che nella cultura romana proprio le mura possano essere considerate sanctae: non semplicemente perché “religiose” nel senso moderno del termine, ma perché il confine che esse rappresentano è stato sottratto alla libera disponibilità e protetto contro la violazione.
E i Romani arrivarono persino a dare un nome e una figura al confine stesso: Terminus.
Plutarco attribuisce a Numa l’istituzione del culto di Terminus, il dio dei confini, e accompagna il racconto con un’osservazione quasi sorprendente per la sua modernità: un confine, se rispettato, contiene la forza arbitraria; se violato, rende manifesta l’ingiustizia. Il limite, insomma, non è soltanto ciò che divide: è anche ciò che permette a soggetti diversi di convivere senza che la forza dell’uno diventi automaticamente il diritto dell’altro.
È difficile trovare una rappresentazione più essenziale della funzione del diritto.
Il diritto continua infatti, dopo più di duemila anni, a fare esattamente questo. Distingue ciò che appartiene a me da ciò che appartiene a te, ciò che il potere può fare da ciò che gli è precluso, ciò che può essere oggetto di accordo da ciò che riteniamo indisponibile, ciò che è consentito da ciò che non lo è.
Naturalmente il diritto contemporaneo non ha bisogno di attribuire a questi confini un’origine soprannaturale. È sufficiente che una comunità li riconosca, li trasformi in norme e decida di proteggerli. Ma il meccanismo concettuale conserva qualcosa di molto antico: separare, delimitare, rendere inviolabile, sancire.
E quando qualcuno decide comunque di attraversare il solco, arriva la sanzione.
Con una certa continuità storica, spesso poco dopo arriva anche un avvocato.
Così, cercando semplicemente di capire perché un piccolo paese della Gallura si chiami Luogosanto, si finisce davanti all’aratro con cui i Romani immaginavano la nascita di una città.
E forse il viaggio non è poi così strano.
Perché una delle intuizioni più antiche del diritto potrebbe essere proprio questa: una comunità comincia a esistere quando è capace di distinguere, di tracciare dei limiti e di stabilire che non tutto è disponibile, non tutto è attraversabile e non tutto può essere violato senza conseguenze.
È curioso che, dopo più di duemila anni, per descrivere l’atto con cui attribuiamo forza a uno di quei limiti continuiamo a utilizzare la stessa parola: sancire.
Riferimenti essenziali: Varrone, De lingua Latina, V, 143; Tito Livio, Ab Urbe Condita, I, 7 e I, 44; Plutarco, Romolo, XI e Numa, XVI; Treccani, voci “santo”, “sancire”, “sacro” e “profano”.




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